Nasce a Santa Sofia, in Romagna, nel 1897.
Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale è Console Generale d’Italia a Salonicco, città occupata dalle truppe naziste, che, nel 1941, ospita la più grande comunità (56.000 persone) di ebrei sefarditi al mondo. Giunto nel febbraio del 1942 a Salonicco, in zona greca occupata dai tedeschi, per alcuni mesi il console riesce ad evitare che gli alleati trattino gli ebrei della città come nei mesi precedenti avevano trattato gli ebrei polacchi e ucraini. Ma agli inizi del 1943 è costretto a limitarsi alla protezione degli ebrei italiani, dopo che Eichmann ha mandato il suo vicario ad Atene per la deportazione della comunità di Salonicco.
Zamboni organizza una tratta che parte da Salonicco nella notte del 15 luglio, consentendo la fuga degli ebrei italiani verso Atene. E fa carte false – letteralmente – affinché sul treno della salvezza salgano anche varie decine di ebrei che italiani non erano affatto, ma a cui il console aveva riconosciuto la cittadinanza con il pretesto di chissà quali legami familiari. Per strapparli alla deportazione, Zamboni scrive numerosissimi telegrammi al Ministero degli Esteri, sveglia nel pieno della notte il capo della rappresentanza italiana e riesce a procurare documenti di identità falsi a 280 ebrei per raggiungere Atene, situata nella zona d’occupazione italiana, permettendo loro di sfuggire al controllo tedesco e quindi alla deportazione.
Dopo la guerra, racconterà: “I Tedeschi mi dissero che quando ho rilasciato i certificati di nazionalità italiana, ho disobbedito ai loro ordini. Io gli risposi, ‘No, questo non è vero. Fin quando sarò qui, decido io ed ho l’approvazione del mio governo. Quando non approveranno più allora sarò rimpiazzato.’ All’inizio non avevo nessuna autorizzazione, ma ero certo che tutti condividevano le mie vedute. Solo più tardi approvarono le mie scelte. Ho rilasciato centinaia di documenti. A quei tempi, non sapevo chi era o non era Italiano…Ma li dichiaravo comunque italiani. Come avrei potuto salvarli, altrimenti?”
Muore nel 1994 a Roma. L’operato di Zamboni viene descritto da un suo collaboratore, Lucillo Merci, in un diario ed è stato ripreso da Daniel Carpi, storico israeliano di origini italiane. In un saggio pubblicato dall’Università di Tel Aviv, Carpi ricostruisce, sulla base dei documenti trovati presso l’Archivio del Consiglio generale d’Italia a Salonicco della Farnesina, i due anni e mezzo intercorsi tra l’arrivo dei tedeschi nel 1941 e la pressoché totale distruzione della comunità ebraica nel 1943. L’autore sostiene che molte centinaia di ebrei dovettero la propria salvezza al coraggio di Guelfo Zamboni. La storia del console, passata quasi inosservata nel nostro Paese, è tornata alla luce ed è stata raccontata nei dettagli all’opinione pubblica grazie ad un libro pubblicato dall’Ambasciata d’Italia in Grecia: Ebrei di Salonicco 1943 – I documenti dell’umanità italiana, curato da Alessandra Coppola, Antonio Ferrari e Jannis Chrisafis. Dal libro è stata ricavata un’opera teatrale sul ruolo di Guelfo Zamboni.
Terminata la guerra, Zamboni ebbe incarichi diplomatici a Baghdad ed in Thailandia, ove fino al 1961 fu l’ambasciatore italiano a Bangkok.
Nel 1992 lo Stato di Israele ha conferito a Guelfo Zamboni il titolo di Giusto fra le Nazioni. Egli quindi ha un posto nello “Yad Vashem” di Gerusalemme.

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