Moshe Bejski nasce nel villaggio di Dzialoszyce, in Polonia, nei pressi di Cracovia, il 29 dicembre del 1920. Cresciuto nell’ambiente ebraico, sente fortemente il peso dell’antisemitismo polacco e, ancora adolescente, aderisce a un movimento sionista che organizza il trasferimento in Palestina dei giovani ebrei polacchi per la costruzione di una nuova patria nella terra promessa. Poco prima dell’invasione tedesca del 1939 deve rinunciare al suo sogno sionista a causa di una grave malattia al cuore, che gli impedisce di partire insieme ai suoi compagni.
Nel 1942 tutti gli ebrei vengono internati. La famiglia Bejski è smembrata: Moshe, insieme ai fratelli Uri e Dov, finisce nel campo di lavoro di Plaszow, reso tristemente famoso nel film di Spielberg Schindler’s List per il suo comandante sadico, Amon Goeth, che si divertiva a usare i prigionieri come bersagli di un allucinante tiro a segno dalla finestra della sua camera da letto. I genitori e la sorella, invece, vengono fucilati sul posto. Moshe riesce ad eludere la sorveglianza delle guardie durante un turno di lavoro fuori dal campo e cerca invano rifugio presso i vicini di casa polacchi, i cui figli sono stati, fino al giorno prima, suoi compagni di scuola e di giochi. Solo un fattorino, suo collega di lavoro in una ditta di Cracovia, gli offre ospitalità, pur in condizioni molto disagiate e rischiose, ma anche in questo caso la curiosità malevola dei vicini vanifica l’unico gesto di generosità di un polacco verso un ebreo che Moshe abbia conosciuto.
Costretto a ritornare “spontaneamente” nel campo di Plaszow, dove ritrova Uri e Dov, ottiene fortunosamente di essere inserito con loro nella famosa lista della fabbrica di Oskar Schindler. In questo modo i tre fratelli Bejski riescono a salvarsi e sono liberati dall’Armata Rossa nel maggio del 1945. Scoprono la tragica sorte dei genitori e della sorella e decidono di emigrare in Israele: la Polonia, ormai, non è più la terra a cui ritornare, ma solo il paese dell’antisemitismo e della persecuzione del loro popolo.
Moshe inizia una nuova vita nel luogo dei sogni che non aveva potuto raggiungere da ragazzo. Il sogno sionista si infrange subito contro la dura realtà: suo fratello Uri viene ucciso da un cecchino palestinese il giorno del riconoscimento ONU dello Stato ebraico. Il sogno di diventare ingegnere si scontra invece con le necessità della vita quotidiana. Moshe è costretto a scegliere una facoltà che gli permetta di lavorare per mantenersi agli studi e con molti sacrifici si laurea in giurisprudenza, con una tesi sui diritti dell’uomo nella Bibbia. Diventato uno dei più stimati avvocati di Tel Aviv, sente tuttavia il dovere di sostenere lo Stato d’Israele appena nato e sceglie la carriera di giudice, fino ad occupare, alla fine degli anni Cinquanta, l’incarico più prestigioso, di membro della Corte Costituzionale.
Moshe Bejski ha lasciato alle spalle il passato in Polonia, di cui non vuole più parlare. Nessuno conosce la sua storia drammatica e tutti lo considerano un sionista giunto in Palestina prima della persecuzione nazista, se non addirittura nato in quella terra. Solo nel 1961, durante il processo Eichmann, i suoi amici ne scoprono la vera origine. Chiamato dal pubblico ministero Hausner a testimoniare sul campo di Plaszow, Bejski fornisce un racconto sconvolgente di quell’esperienza e trasmette al Tribunale la sensazione drammatica dell’impossibilità di comunicare il senso di disperazione e di impotenza dei prigionieri in quelle circostanze. Per la prima volta in Israele viene alla luce il profondo disagio dei profughi dell’Europa sopravvissuti alla Shoah, incapaci di inserirsi e di farsi accettare da una popolazione che li considera con sufficienza e li accusa, tra le righe, di vigliaccheria o di non essersi saputi ribellare ai nazisti. Si apre un grande dibattito nel paese, fomentato anche dall’intervento polemico della filosofa tedesca di origine ebraica, Hannah Arendt, fuggita in America negli anni ’30, e finalmente si affrontano i problemi legati alla storia degli ebrei nell’Europa del Novecento.

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